La camorra di Cava

Dunque a Cava de’ Tirreni la camorra c’è. Lo dicono gli atti giudiziari, sia pure non ancora giunti a sentenze definitive.

Non so se – magari incautamente – durante il mio mandato di sindaco toccai questo filo scoperto, ma ricordo bene la bomba sotto il municipio alle due di notte del 3 marzo del 2008, i cui autori non sono stati mai individuati; le minacce, la mobilitazione di loschi figuri davanti ai seggi nel 2010; i consigli comunali post-sconfitta svoltisi in un clima di intimidazione nei miei confronti tra il silenzio compiaciuto del sindaco e del presidente del consiglio comunale, che pure avrebbero dovuto garantire la regolarità dei lavori dell’assise, e quello dei consiglieri di maggioranza, alcuni dei quali riprendevano le ingiurie nei miei confronti e presentavano interrogazioni sulla mia presunta incompatibilità a sedere in quei banchi. Per non dire di quello imbarazzato di una finta opposizione, interessata più a mandare messaggi di rassicurazione ai facinorosi sulla sua definitiva rottura con me, che a prendere le distanze da quest’ultimi.

Tra loro un pregiudicato che, spalleggiato dalla sua claque, dopo avermi apostrofato, tentò più volte di aggredirmi, finché non mi vidi costretto a denunciarlo. Il signore è stato condannato con sentenza passata in giudicato; ma, prima dell’effimera sanzione penale per le sue aggressioni nei miei confronti, ha fatto a tempo ad essere condannato a nove anni per rapina a mano armata!

Ora, grazie al lavoro della Dda, in particolare al lavoro investigativo dei PM Vincenzo Senatore e Vincenzo Montemurro, pare che cominci a squarciarsi il velo su Cava e che la realtà cominci a delinearsi agli occhi anche di chi non volle e non vuole vedere.

Queste inchieste suscitano in me sentimenti contrastanti. Per un verso di sgomento, nel vedere coinvolte tante persone con le quali ho avuto ed ho rapporti di cordialità e di amicizia. Alcuni di loro sono stati miei avversari politici, eppure non me ne compiaccio; spero che possano dimostrare la loro estraneità alla rete della criminalità metelliana e che vogliano apprezzare essi per primi il lavoro della magistratura, collaborando a 360 gradi con essa. Umanamente me ne dispiace. Da cristiano so che nessun uomo è in grado di giudicare l’anima di un’altra persona, solo a Dio spetta questo compito. A Dio, che è misericordioso e concede a tutti la possibilità di ravvedersi se hanno sbagliato.

I magistrati però non giudicano l’anima delle persone, verificano se esse hanno commesso dei reati o no; che siano buone o cattive di animo. Gli inquirenti magari potranno commettere degli errori di valutazione – sono pur sempre uomini – che in sede processuale gli imputati potranno evidenziare. Ma hanno il dovere di perseguire la criminalità. Ed a loro tutti i Cavesi devono dire solo e solennemente grazie!

Sì, ha ragione la Procura, Cava è piena di usura, di racket, di spaccio, di cementificazione illegale, di prostituzione in appartamenti, di collusioni tra clan e pezzi della pubblica amministrazione. Non ci sono dubbi. Si tratta di fenomeni così radicati che arrivano al controllo degli orientamenti elettorali di settori consistenti del corpo elettorale. Se la Dda riuscisse a rinvenire ed a tagliare i fili che tengono insieme la rete del malaffare a Cava, sarebbe una vera, nuova liberazione per la città.

E la politica? Può limitarsi a stare a guardare ed a reiterare come un disco incantato la tiritela della ‘piena fiducia nella magistratura’? Non ha essa il compito di porsi in prima fila in questa battaglia? Di dire la verità e di denunciarne la gravità? Ma come può farlo se le elezioni sono ormai diventare competizioni para-sportive, in cui chi vince è un campione e chi perde un  coglione? Se l’unica bussola della politica è vincere le elezioni, è giocoforza che essa scenda a patti con chi gliele può fare vincere. È amaro constatarlo, ma con la verità e la legalità non si fabbricano voti!

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