165/17, una legge che aumenterà la fuga dalle urne

Il giorno 23 novembre 2017, per iniziativa dell’Associazione Enrico Melchionda, si è tenuto a Salerno un confronto sulla nuova legge elettorale per il Parlamento italiano. Vi ho partecipato e sono intervenuto, dicendo grosso modo quanto segue.  

Prima premessa

Sono pienamente consapevole che nessuna legge elettorale è perfetta. Se ci si vuole mettere a fare le bucce a qualsivoglia legge elettorale, si troveranno agevolmente pecche in ciascuna di esse. Ciò sotto ogni latitudine della democrazia. Non mi va perciò di aggiungermi al tiro al bersaglio sulla 165/2017, sport troppo semplice.

Così come sono consapevole che, qualsiasi cosa si dica, si scriva o si sbraiti su detta legge, “questa è la musica e con questa balleremo” alle prossime politiche.

Le osservazioni che proporrò dunque sono, per ora, di mera osservazione esterna. Poi, magari, con la prossima legislatura, potranno essere riprese, se condivise, in un’eventuale discussione volta a riformare la 165.

Seconda premessa

A scanso di equivoci chiarisco da subito la mia posizione politico-culturale.  Sono per la società aperta contro le società chiuse, per l’accoglienza e l’inclusione contro i muri, per il multiculturalismo contro gli identitarismi, per il transnazionalismo contro i sovranismi nazionalistici ed i populismi. E, dal momento che il rapporto con l’U.E. e con l’euro sembra essere diventato il discrimine tra queste posizioni contrapposte, sono per più Europa e più euro. Insomma, sono da sette anni senza tessere di partito, né ne ho nostalgia. Se però dovesse venirmi la fregola di prenderne una ora, chiederei quella del Partito Radicale. Per essere più precisi, della formazione Più Europa della Bonino.

Quanto al sistema elettorale che in astratto prediligerei, io sono un maggioritarista. Più in generale sono per una democrazia decidente. Tant’è che, al Referendum costituzionale dello scorso anno, ho votato e mi sono battuto con convinzione per il SÌ.

Il contesto storico e congiunturale

Il contesto storico in cui la 165/17 è stata varata è segnato da una grave, profonda “stanchezza della democrazia” rappresentativa in tutto l’Occidente; nel nostro Paese favorita ed accentuata, a mio avviso, dalla grande confusione delle regole della vita democratica, segnatamente da quelle elettorali.

Confusione nello spazio, laddove in alcune Regioni vige un sistema elettorale ed in altre uno diverso; così come nei comuni inferiori a 15mila o a 5mila residenti si vota per l’amministrazione civica con un metodo e in quelli maggiori con un altro.

E confusione nel tempo, sia sincronico che diacronico. Capita che, magari nello stesso giorno, gli elettori siano chiamati a scegliere il sindaco con un sistema elettorale, il Presidente della Regione con un altro e il capo del governo con un altro ancora!

Ancora più grave è la volatilità diacronica delle leggi elettorali, specie di quelle per il Parlamento nazionale. È dalla fine della Prima Repubblica che praticamente ogni decennio cambiano le regole del voto. Con l’aggravante che ciò viene attuato, ormai per consuetudine, da maggioranze parlamentari semplici ed alla vigilia della chiamata alle urne! È appena il caso di sottolineare quanto sia errato il disposto dell’attuale testo costituzionale, laddove esso, accomunando tout court le leggi elettorali a quelle ordinarie, permette che esse possano essere modificate a scadenza ravvicinata dal voto ed a botte di maggioranza.

Ho sentito qui annunciare, poco fa, una prossima iniziativa della Enrico Melchionda sul tema di una eventuale ripresa della discussione sulla riforma costituzionale. Ecco, sotto questo profilo, io riterrei che la prima riforma dovrebbe essere quella di alzare la soglia della maggioranza necessaria per l’approvazione di una legge elettorale da parte delle Camere e nel contempo di prevedere che essa diventi efficace solo una volta trascorso minimo un anno dalla sua pubblicazione sulla G.U.

Forse, quando si ragiona sulle cause dell’assenteismo elettorale, bisognerebbe tenere nel dovuto conto  il rilevante incentivo dato ad esso da tale caos, opera delle nostre classi dirigenti politiche.

Aggiungiamoci, ad gravandum, che sono ormai già tre le legislature – quelle 2006/08, 2008/13 e 2013/18 – le cui Camere sono state elette per il tramite di un sistema elettorale censurato in più parti dalla Consulta. Da dodici anni le nostre leggi vengono perciò varate da Parlamenti deficitari sotto il profilo della legittimità costituzionale. Ed abbiamo appena sentito, dall’ottima relazione del prof. Primicerio, che anche la prossima legislatura rischia di essere parzialmente delegittimata dalla Consulta.

Continuare a dare sberle ad un corpo vecchio e stanco, qual è quella della nostra democrazia, a me pare un gioco troppo avventato.

Il contesto congiunturale, poi, è quello del dopo-referendum. La mia impressione è che il P.D., la principale forza parlamentare di questa legislatura, abbia accusato gravemente la botta della sconfitta e che sia entrato in una sindrome da paura nei confronti della partecipazione popolare diretta. Si è perciò arreso all’idea non solo di concordare una nuova legge elettorale con un ampio schieramento parlamentare – cosa peraltro più che giusta, doverosa – ma, e soprattutto, di puntare su una legge provvisoria, di impianto marcatamente proporzionale e tale da assegnare ai gruppi parlamentari della prossima legislatura il ruolo di interpreti esclusivi della volontà popolare.  Un po’ un ritorno al concetto di democrazia delegata, che si esprime per il tramite dei corpi intermedi tra Stato e Società Civile, proprio della stagione della Prima Repubblica, laddove la Riforma Costituzionale bocciata dalle urne circoscriveva il ruolo dei partiti per enfatizzare lo spazio della “democrazia diretta” e del rapporto diretto tra popolo elettore e leadership politiche. Una riforma, quella costituzionale, su cui il P.D. si è battuto più di ogni altra forza politica e che ora viene nei fatti rinnegata.

 Questioni di metodo

Tornando alla legge di cui stiamo qui ragionando, la 165/17, dal punto di vista del metodo essa non mi pare granché censurabile. È stata approvata con una maggioranza ben superiore ai 2/3 dei parlamentari e previo un accordo tra le principali forze politiche del Paese, da cui si è auto-escluso il M5S sua sponte. Il tempo ravvicinato rispetto al voto, poi, nel caso della nostra legge è stato pressoché obbligato.

Decaduto il Porcellum a seguito della nota sentenza della Consulta, decaduto anche l’Italicum, a seguito della vittoria dei NO al Referendum Costituzionale ed alla successiva nuova censura della Consulta, non restavano che pochi mesi dal voto.

A giugno, con un accordo a quattro (PD-FI-Lega-M5S) era stata trovata un’intesa sul Rosatellum Uno. Se il M5S avesse rispettato in aula gli impegni politici assunti, avremmo avuto una nuova legge elettorale approvata quasi all’unanimità dal Parlamento ed ad una distanza di poco meno di un anno dal voto. Non ci sarebbe stato nulla da eccepire. Viceversa, il voltafaccia dei grillini, ha fatto saltare quell’accordo, col risultato che si è dovuto ripensare all’impianto della legge in estate, per riportarla in aula in autunno, a soli cinque mesi dal voto.

A questo punto,  a mio avviso, l’approvazione del Rosatellum Bis  è il minore dei mali. Votare col Consultellum, e cioè l’Italicum corretto dalla Consulta, a parere di pressoché tutti gli analisti, sarebbe stato un disastro per la democrazia italiana.

Il senso politico

Se ora dovessi collocare il Rosatellum Bis in una sfera concettuale politica, lo collocherei in quella di una furbata anti-M5S. Ed è appena il caso di sottolineare che la cosa non mi scandalizza; anzi, in considerazione delle premesse sopra enucleate, sarei disponibile anche a guardare con favore a tale furbata. Tanto più che il Movimento se l’è proprio andata a cercare, prima sottoscrivendo un accordo sul Rosatellum Uno, poi sottoponendolo al vaglio dei suoi iscritti tramite la Piattaforma Rousseau e ricevendone il via libera, infine affossandolo in aula in modo davvero inopinato.

Resta tuttavia una considerazione critica sul principio di fondo: le leggi elettorali dovrebbero essere pensate per organizzare al meglio la democrazia e l’equilibrio tra rappresentanza e governabilità, non per fregare un concorrente!

In senso più generale la 165/17 ripropone uno spazio determinante per il centro politico, annulla il bipolarismo e, in prospettiva, lo stesso tripolarismo, e delega alla tessitura tra le forze politiche in Parlamento la definizione degli assetti di governo. Sotto questo rispetto, quanti lo scorso anno si sono battuti contro la Riforma Costituzionale in nome della centralità dei partiti e degli altri corpi intermedi nella vita democratica del Paese, dovrebbero essere contenti.

Nel merito

Se ora, e per chiudere, dovessi rassegnarvi la mia opinione nel merito della legge, senza voler presumere di essere in grado di valutarne scientificamente i profili di costituzionalità, segnalo due aspetti che a me sembrano poco condivisibili:

  1. L’esclusione della chance del voto disgiunto o del ballottaggio nei collegi uninominali tradisce in modo palese uno dei punti a mio avviso più convincenti del fallito tentativo di riforma costituzionale. La Riforma riconosceva finalmente la pari dignità costituzionale alla dialettica tra i territori rispetto a quella tra i partiti. Eliminando il bicameralismo perfetto infatti, individuava nella Camera dei Deputati il luogo della dialettica tra i partiti nazionali e nel Senato delle Autonomie Locali quello della dialettica tra i territori. Persa quell’occasione, la ratio di tale riforma avrebbe potuto essere comunque recuperata ammettendo nei collegi uninominali il voto differenziato rispetto a quello sulle liste dei partiti.  In pratica: io elettore avrei potuto scegliere il voto corrispondente alla mia identità politica nelle circoscrizioni proporzionali e quello conforme alla mia identità territoriale nel collegio uninominale. Non avrebbe avuto la stessa valenza di quanto configurato nella Riforma, ma grosso modo ne avrebbe conservato lo spirito. Viceversa con la 165/17  il voto sarà esclusivamente partitico, sia nelle circoscrizioni che nei collegi. Questo lo ritengo sbagliato.
  2. Così, a me pare una forzatura eccessiva l’aver previsto non solo la possibilità di un singolo candidato di presentarsi in più circoscrizioni o collegi – cinque – ma addirittura anche di presentarsi nello stesso collegio, sia sull’uninominale che come capolista in una delle liste della circoscrizione proporzionale che lo affiancano. Come a dire: cari amici elettori del nostro partito, questo candidato deve essere eletto in qualsiasi modo, o di riffe o di raffe! Dico ciò nella piena comprensione della ineludibile funzione dei partiti nella selezione delle classi dirigenti, per cui è più che condivisibile che gli stessi partiti si riservino la prerogativa di portare in Parlamento i quadri politici che stimano più preparati e/o affidabili. Se però consideriamo questa chance, cioè la pluricandidatura finanche nello stesso collegio, nel contesto di una legge che non consente agli elettori l’espressione delle preferenze, credo che la forzatura sia davvero eccessiva per la sensibilità attuale dell’elettorato.

P.S.: altri interventi in https://www.facebook.com/groups/276874919178789/

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